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giovedì 28 febbraio 2019

Pianoscuri e Chiaroforti

Ora che il gelo ha fissato la neve,
che gli occhi si sono abituati al buio,
questa fisica distratta, come un indice nervoso,
ansioso di primavera,
riporta indietro la freccia.
Mani segnate, asciutte.
La nostalgia dell'ultimo lampo
galleggia sulle note di un tango meccanico
erogato dal piano di una stazione.
I vent'anni sembrano più lontani degli anni venti martellati, su tasti
che conoscono più mani dei fianchi di una maitresse,
eppure restituiscono con grazia una docile armonia.
L' odore di cacao e di polvere
residente sui broccati di un caffè
asciuga la gola e gli occhi,
soffiando grafite
a sfumare i ricordi disegnati
con quelle tue mine morbide sulla mia carta ruvida.

mercoledì 19 settembre 2018

Monete

Se solo ricordassi
l'odore che aveva
quel respiro che mi hai tolto,
pagherei il debito
d'ossigeno.
Potrei usare la moneta che inventammo
per l'isola senza bandiera che ci ospitò,
mettendo il mare tra la ragione e il tempo.

venerdì 8 giugno 2018

L'ellisse

Che splendida battaglia fummo,
io e te;
due solitudini, due fuochi di un'ellisse
che bruciavano per avvicinarsi.
L'eccentricità confuse
le nostre geometrie,
ci condannò a un'orbita omoclina
l'intersezione delle nostre instabilità.
Fummo così,
la malattia che avevamo la presunzione di curare.

venerdì 20 aprile 2018

Risacca


Ho scelto di conquistarti ogni giorno,
ho scelto la colpa del cuore,
incolpando la testa della scelta.
Niente complimenti, quindi, niente carezze
inviti o consolazioni.
Solo la bellezza, da bere,
caffè e panchine di ferro freddo,
solo il bacio rubato,
il raggio di sole obliquo e i colori sul bicchiere.
Niente parole per me, abbracci, mani.
Ho scelto di non prendere,
di non spillare gocce dal tuo cuore di vetro,
che annaspa e combatte
contro il mio scanzonato tuffo negli abissi di te,
perché ti resti la forza
di ritirarti da me,
tu che sei onda,
io che sono sabbia.

venerdì 24 luglio 2015

Kintsugi

Difficile riprendere da qui, quando tutto ciò che c'è prima mi sembra appartenere ad un altro me, di un tempo che non esiste più. Non credevo all'età che ho di poter provare ancora tanto dolore, quella terribile sensazione di pesantezza al torace. E' come avere una ferita sul petto che tira e pare lacerarsi ad ogni respiro. Il sangue sembra diventare denso e rovente come pece, le gambe si fanno molli e pesanti, lo stomaco si contrae e persino le lacrime sono troppo collose per salire agli occhi. Rimanere così per giorni, settimane... no, non credevo di potercela fare ancora, pensavo che il tempo, il cinismo, quella corazza di solida quotidianità potessero ripararmi dagli inganni del cuore, che stare così male fisicamente per questioni sentimentali fosse un lusso riservato agli adolescenti. E invece sono stato lasciato solo, sanguinante e fragile, attaccato al mio metaforico pianoforte e con qualcosa più di due dita mozzate, con un senso di fallimento e di ingiustizia per un'afflizione che non meritavo. Così me ne resto nella mia tana ad imparare il Kintsugi per rimettere insieme i frammenti di una vita sbriciolata, ricostruire un'immagine di me credibile almeno a me stesso, mentre allontano il mondo con il soffio di un felino ferito.
C’è tanta delusione, c’è rancore e rabbia, ma so che potranno essere alleviate. Tuttavia è il non provare più quel senso di fallimento, è il riuscire a riempire con nuovi ricordi luminosi le tenebre della memoria, che farà la differenza tra una scelta di ricostruzione e la distruzione definitiva.
E' un percorso che si può fare insieme o da soli, ma che ci sia o meno qualcuno al mio fianco, nessun sentiero è sicuro.
Ho ancora braccia forti, ora so che sono ferito, ma più vivo che mai. E che il mio Amore è ancora potente. Posso ricostruire, ancora una volta. Ma forma e funzione non saranno mai nello stesso equilibrio, perché ieri è passato per sempre e domani è invisibile. Oggi è Trasformazione, si alternano sentimenti contrastanti che mi proiettano in pochi secondi da profondi abissi a vette improbabili... Se siamo ancora un Noi, se lo saremo, sarà qualcosa di diverso da Me e Te.

lunedì 6 settembre 2010

Diavolina

Non mi piace usare la diavolina per accendere il fuoco, lo trovo.. ecco, un po’ come barare...
Nella vecchia casa di pietra di un piccolo paese di montagna, il camino deve essere preparato con cura: un grosso ciocco in fondo, che si consumerà lentamente per fare la brace, due rami ben robusti ai lati, per dare solidità e contenere… poi l’innesco: prima un po’ di carta, quella dei vecchi quotidiani mezzo ingialliti che sono stati conservati all’uopo; non profumano più di rotative o di inchiostro, ma di legnaia e muschio fresco, e a volte ti restituiscono lampi di notizie che sorprendono, ma non feriscono, perché appartengono ad un altro tempo. Vanno appallottolati, quei fogli, valutandone l’umidità tra i polpastrelli, e sistemati al centro, sulle grate di areazione, non troppo pressati, non troppo vicini. Poi un po’ di “fraschette”: corteccia di castagno, residui di piallature, trucioli di denti di sega, un paio di pigne (1), qualche rametto secco di ginepro… intorno alla carta, sopra, ma senza soffocare. Poi ancora i legnetti più esili, perché prendan fuoco facilmente alimentati dalla carta, ma il loro calore sia più intenso e meno effimero, per vincere l’inerzia dei legni più grandi, ed accenderli lentamente. Vanno appoggiati sul ciocco grande e sui due rami robusti che formano l’alveo, perché la carta e le fraschette si consumeranno in fretta, e li lascerebbero cadere al centro dove si consumerebbero senza propagare il fuoco. Infine, via via dei rami sempre più robusti. E poi un fiammifero, due al massimo. Qualche volta funziona, la fiammella si nutre e si espande, altre volte soffoca in un alone buastro, e bisogna ricominciare. Ma è un fallimento buono, perché nella natura dell’alchimia non c’è la garanzia del risultato. Non ci sono lutti da elaborare, solo la consapevolezza che potremmo aver sbagliato qualcosa, ma forse davvero no… forse la legna umida richiede un altro po’ di calore prima di reagire, e la voglia di ricominciare.
A volte succede che il ciocco è lì, pronto a potente, e ha in sé tutto il calore che serve per scaldare le mura fredde di pietra, ma di fraschette proprio non ce n’è più, e bisogna tornare nel bosco a cercarne… ma, si sa, i boschi sono bellissimi la notte, scuri e profondi…



(1)
Sì, lo so, la resina di pino quando brucia produce (oltre ad un profumo eccezionale, acre e pungente) delle particelle cancerogene per inalazione… ma non è che anche gli idrocarburi incombusti della diavolina siano esattamente l’ideale per farsi un aerosol, eh…