giovedì 17 agosto 2017

Punto

Oggi finisce la più grande avventura della mia vita... Durata ufficialmente poco più di dieci anni, in realtà alcuni di più. Un punto. Tutto ciò che è stato costruito, ogni progetto, ogni finestra sul futuro, ridotto a macerie e schegge. Il coraggio, annientato. La lealtà, la fiducia, tradite. Le promesse, infrante.
Domani dovrebbe nascere un altro me. La voglia, però, manca, non ci sono piani, barattoli in cui raccogliere il tempo, giardini, non c'è una visione, c'è solo un giorno dietro l'altro, cercando di reimparare a respirare su un altro pianeta.
Alieno. Insufficiente. Inadeguato. Eppure ostinatamente vivo.

mercoledì 1 febbraio 2017

Maarab

Seme di tempesta, onda che toglie il respiro. Giù, lì a un passo dalla spuma, ho accolto il tuo grido di vita, bianca promessa di risacca. Cercando il tuo spazio nel mondo, hai trovato la strada del cuore graffiando il tempo, accarezzando sogni rifratti, esplosa giù, lì a un passo da me canto e luce dirompente in ogni angolo caldo d’amore.

venerdì 24 luglio 2015

Kintsugi

Difficile riprendere da qui, quando tutto ciò che c'è prima mi sembra appartenere ad un altro me, di un tempo che non esiste più. Non credevo all'età che ho di poter provare ancora tanto dolore, quella terribile sensazione di pesantezza al torace. E' come avere una ferita sul petto che tira e pare lacerarsi ad ogni respiro. Il sangue sembra diventare denso e rovente come pece, le gambe si fanno molli e pesanti, lo stomaco si contrae e persino le lacrime sono troppo collose per salire agli occhi. Rimanere così per giorni, settimane... no, non credevo di potercela fare ancora, pensavo che il tempo, il cinismo, quella corazza di solida quotidianità potessero ripararmi dagli inganni del cuore, che stare così male fisicamente per questioni sentimentali fosse un lusso riservato agli adolescenti. E invece sono stato lasciato solo, sanguinante e fragile, attaccato al mio metaforico pianoforte e con qualcosa più di due dita mozzate, con un senso di fallimento e di ingiustizia per un'afflizione che non meritavo. Così me ne resto nella mia tana ad imparare il Kintsugi per rimettere insieme i frammenti di una vita sbriciolata, ricostruire un'immagine di me credibile almeno a me stesso, mentre allontano il mondo con il soffio di un felino ferito.
C’è tanta delusione, c’è rancore e rabbia, ma so che potranno essere alleviate. Tuttavia è il non provare più quel senso di fallimento, è il riuscire a riempire con nuovi ricordi luminosi le tenebre della memoria, che farà la differenza tra una scelta di ricostruzione e la distruzione definitiva.
E' un percorso che si può fare insieme o da soli, ma che ci sia o meno qualcuno al mio fianco, nessun sentiero è sicuro.
Ho ancora braccia forti, ora so che sono ferito, ma più vivo che mai. E che il mio Amore è ancora potente. Posso ricostruire, ancora una volta. Ma forma e funzione non saranno mai nello stesso equilibrio, perché ieri è passato per sempre e domani è invisibile. Oggi è Trasformazione, si alternano sentimenti contrastanti che mi proiettano in pochi secondi da profondi abissi a vette improbabili... Se siamo ancora un Noi, se lo saremo, sarà qualcosa di diverso da Me e Te.

giovedì 4 aprile 2013

Lascetevelo di'


“Ma te nun ci hai capito proprio gnente”,
continuano a dimme quelli più sgamati,
quelli che capischeno la ggente
che oggi se chiameno stellati
e so’ convinti de fa’ la rivoluzzione.
Da quarche strano inzetto  fomentati
berciano da dietro le portrone
ar grido de “mannamo tutti a casa,
che noi avemo vinto l’elezzione!”
E così la casella me se ‘ntasa
de’ resoconti sui costi dello stato
“la ggente ha da esse persuasa
che rubbeno tutti, dar filosofo ar prelato
so’ tutti uguali,
gargamella, er professore ed il pelato”
“Arcune differenze sostanziali,
pe’ me ce stanno, nelle coalizzioni,
amici cittadini diggitali”
“Ma ancora che stai affa’ ‘ste distinzioni?
Hanno magnato tutti pari pari
Se devono leva’ da li cojoni”
“Ma allora, cittadini mandatari,
ci avete idea de che potete fa’
co ‘n centinaro de parlamentari?”
“Ma nun sta’ a noi de certo de trova’
Le soluzzioni de tutta ‘sta cagnara
Noi semo venuti a controlla’! ”
“Ma allora, volenno fa’ la tara
a tutte le promesse elettorali,
state a tira’ la coda a la somara,
sperando che porti l’erba nei casali,
co la mano destra, e co’ la mano manca,
j’attaccate la catena su du’ pali.
Potete pure sta’ sopra ‘na panca
a urla’ che va de moda l’onestà
e che la ggente oramai è stanca,
ma se nun fate governa’
nisuno, chi controllate ?
chi viene ar Parlamento a rassetta’?”
No, perché a me me pare che ce state
a cojona’ peggio dell’artri,
e che se annamo a rivotà st’estate
amo buttato sordi pe’ ddu’ scaltri
ciartroni e un vate poco serio,
che ha capito che a vojartri
v’accomuna solo er desiderio
de da’ la corpa a quarcheduno
d’ave’ scatenato un putiferio:
voi nun cercate er metodo opportuno
pe’ cambia’ sta nazzione barzelletta,
(ch’è corpa puro vostra, sarvognuno!)
voi volete solo la vendetta
der cane incatenato che, rabbioso,
mozzica puro ‘na vecchietta ‘n bicicletta:
“c’è ‘na catena pure su quer coso,
è inutile sta’ a fa’ i sofisticati
è n’artra serva der potere canceroso”
Sarete pure tutti ‘ncenzurati,
onesti, ripuliti e trasparenti
me sa’ però che siete limitati
a quattro o cinque semplici argomenti
che se riducono, sur fonno der bicchiere,
all’astio verso i ricchi ed i potenti.
E invece de rimove le bariere
che frenano le vostre aspirazzioni
da dentro le stanzette der potere,
restate rancorosi nei loggioni,
inutili, purissimi e splendenti
a lucidare i cappi ed i forconi.
So’ tutti bboni ad arieggià li denti
co’ chiacchiere, chimere ed improperi,
ma pe’ prenne decisioni poi coerenti
nun bastano le fole dei barbieri
ce vole impegno, studio e competenza
che nun avemo visto, a esse sinceri.
E allora serve un po’ di continenza
per evita’ l’inutile imbarazzo
de esse smerdati in videoconferenza
dai deliri di un comico pupazzo…
Lasciatevelo di’,
da uno che ‘n capisce ‘n cazzo.

mercoledì 8 febbraio 2012

Trentatrè Terzine

Io nun ci ho voja d’attacca’ bottone
ma nun me sento poi ‘sto gran sfigato,
carissimo onorevole Martone,

s’a ventott’anni nun ero laureato…
Se ci hai pazzienza mo’ te spiego pure
prima de pijamme er dottorato

cos’artro ho fatto, ortre le clausure
dentro all’autorevole ateneo
che forma dello Stato l’ossature.

Appena diplomato in un liceo
so’ ‘ntrato dritto dritto a ‘ngegnerìa,
ma giuro, me pareva un mausoleo:

mille studenti stretti in batteria,
come galline in un pollaio, tristi
e prigionieri della baronia

di facce e metodi bonapartisti,
disorientati,spenti e assai scomposti
sopra le panche, a meno d’imprevisti.

M’arzavo all’arba come li prevosti,
svejia a le cinque ‘n quarto de matina
pe’ core in aula, a pijà li posti.

Ma nun è detto che ‘na capatina
ce la facesse (er professore, dico)
per controllare che la lezioncina

divulgata dall’ assistente fico
non fosse poi la solita minestra
rimaneggiata in modo assai impudico.

E l’esami? Te dico che ‘na giostra
è meno incerta de’ ‘na votazione,
c’è chi prima il libretto te sequestra:

“ non sia discussa la valutazione
di sua maestà”, non si rifiuta il voto
che ha espresso lui, er professorone!

E allora giù diciotto a profusione
“E che si sappia che la mia materia
la passa solo uno su un milione,

che la cultura qui è ‘na cosa seria,
mica ‘na passeggiata de salute,
devi soffri’, t’ha da scoppià n’arteria.

E si finora nun ve so’ piaciute
le cose riportate sopra ai testi,
lassate perde, chè per noi canute

teste pensanti di enciclopedisti
siete di peso, il nostro gran piacere
è rimanere solo noi i fuochisti

del fervido braciere del sapere.
Se quanto appreso nun ve serve a gnente,
correte a recitare un miserere

Davanti ar funzionario diliggente
che un giorno forse ve darà lavoro,
sempre che rimaniate ubbidiente”.

Capito Micheli’, che cuore d’oro?
E intanto ce sta’ pure er militare
Che è n’artro anno, che regalo a loro…

Poi c’è la tesi, da depositare,
perché il tuo caro amico relatore
possa di corsa andarla a brevettare:

“era evidente che il calcolatore
che hai usato per la tua simulazione
è proprietà der fulgido rettore,

e quindi questa tua tribolazione
è nostra proprietà intellettuale,
nun t’è concessa alcuna indignazione.”

Finito il sacrificio rituale,
so’ pronto per il mondo del lavoro
ma pure qui l’impatto è assai brutale:

“nun sai fa gnente, ci hai solo un ghirigoro
su cartapecora ingiallita e vecchia
nun è che te possiamo da’ n’ tesoro!”

Ancora me riecheggia nell’orecchia
la frase de’ mi madre, poveretta,
che me diceva “si voi fa’ la pacchia,

“pijate ‘na laura e tiella stretta,
chè appena me diventi un ingegnere
der castello sarai la reginetta”

Più che regina, paro un battelliere
che con gran furia poi si barcamena
remando alacremente in un bicchiere.

E la mia storia è la più serena,
io comunque un lavoro l’ho trovato
e l’ho tenuto, grazie alla mia lena.

Quarcuno è stato meno fortunato
e dopo quattrocento e due colloqui
deve ancora sta’ a casa squattrinato.

E durante i suoi tristi soliloqui
se dice lui da solo bamboccione,
prima di esporsi agli altrui eloqui.

Che tanto poi je capita er solone
che penza de sapè tutto de tutto
e se sente dà pure der piagnone.

E quarcun’artro ancora sta precario,
armeno nun se deve più annoiare
Cor posto fisso, come dice Mario…

Si potrebbe almeno uno domandare
se val la pena fasse er sangue marcio
a corre, pe’ ‘li studi terminare

quanno ar traguardo ce sta solo un carcio?
Famme anna’ piano armeno, sulla rota
der criceto, vojo sentimme sorcio!

venerdì 5 novembre 2010

con Amore e per l'Amore

Scrivo questo post con l'anima straziata, come raramente mi è capitato.
Il perchè potete leggerlo qui.
Lo scrivo perché non so dove altro scrivere, e perché qui altre volte ho parlato di "legami" e "fili". Io ho conosciuto la profondità e l'intensità dell'amore di questa persona, e so che la medesima intensità e profondità ha oggi il suo dolore.
Ma se leggerete, saprete perché sono orgogliosamente fiero di aver condiviso qualche passo sul cammino della vita con questa donna. Le nostre strade si separarono anni fa, poi, nuovamente, son tornate a sfiorarsi per caso da pochi mesi. Sono consapevole che ho ancora molto da imparare da lei.
Ti voglio bene, Vivi.
Ti voglio bene, Giampietro.
Ti voglio bene, Samuele.
Possa l'amore circondarvi sempre.

giovedì 28 ottobre 2010

telefono senza fil(tr)i

Credo che l’osservazione del linguaggio e della sua evoluzione nel perimetro di un gruppo sociale possa fornire un gran numero di informazioni sulle dinamiche del gruppo stesso. A causa del mio lavoro, mi capita di intrattenere rapporti con molti livelli gerarchici di una stessa società, e ho notato che la propagazione di un termine particolare è assai più indicativa per individuare leadership e competenze di qualsiasi complesso organigramma. Ciò non toglie che a volte i risultati siano abbastanza comici. Ad esempio, ho partecipato ad una riunione in cui un importante dirigente utilizzava una parola secondo me orrenda e molto poco comune: nel tentativo di motivare i manager suoi sottoposti, ha sottolineato più volte che l’obiettivo è efficientare i processi aziendali. Poiché questo dirigente è oggettivamente competente e molto stimato, il risultato è stato che la diffusione del termine è stata velocissima ed ha permeato via via gli strati gerarchici, producendo un florilegio di email più simile allo svolgimento del compito “Scrivete un pensierino con la parola efficientare” che all’applicazione di una direttiva aziendale.
Man mano che si scende, si va dal semplice e didascalico “Si ravvisa la necessità di efficientare i processi dell’area XY” fino al più sofisticato ed operativo “Nell’ottica di efficientare le performance del settore XYZ” ed infine, a posteriori, “Declinare l’ efficientamento effettuato nelle procedure XYZW
E io declino…
Efficientamens,
efficientamentis,
efficientamenti…

Scrivo questo post prima che qualcuno degli operativi mi dia il colpo di grazia elencando le efficientamentazioni.
E’ una specie di testamentazione intellettuale, insomma.